martedì 11 dicembre 2012

NEANCHE UNO!

Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli. 
Mt 18, 12-14 

Gesù è talmente interessato alla nostra vita, soprattutto nei momenti in cui siamo più lontano da Lui, che sarebbe disposto a lasciare perdere qualcuno dei suoi discepoli, pur di venirci a cercare. Non sempre ci accorgiamo di come il Signore ci venga incontro nelle nostre giornate. Occorre avere una vista capace di scorgere la sua presenza: attenzione ai dettagli, alle piccole cose, alle cose semplici che succedono, quelle che ci fanno sorridere, che ci lasciano sereni, che ci donano, anche per un solo momento, la pace nel cuore. Ecco ciò che vuole il Signore per noi: che non ci smarriamo, che non perdiamo la strada per tornare a casa. E una volta che il nostro cuore si sarà affidato ancora a Lui, il Signore è pronto a fare con noi una festa: la festa della vera gioia nella nostra vita. 
Fidati di Lui e lasciati cercare!

lunedì 10 dicembre 2012

COSE PRODIGIOSE

Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi". Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: "Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?". Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: "Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua". Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: "Oggi abbiamo visto cose prodigiose". 
Lc 5, 17-26 

Gesù era un uomo straordinario. La gente per ascoltarlo camminava per giorni interi. Perché aveva parole vere, parole buone, parole che parlavano alla loro vita. Parole in grado di curare le malattie e le paralisi del corpo e del cuore. Spesso, Gesù, con i suoi discorsi aiutava la gente a convertire il loro cuore, cioè a guarirlo dalla durezza e dall’invidia. Gli scribi e i farisei di questo brano sono così: hanno il cuore indurito e non riescono a vedere in Gesù un uomo buono, uno che con le sue parole e i suoi gesti fa davvero del bene a chi lo incontra. Quell’uomo, quel giorno, grazie alla fede/fiducia dei suoi amici in Gesù, è tornato a casa camminando, pieno di gioia. Anche noi abbiamo bisogno di Gesù per guarire da tante malattie, da tante paralisi, da tante paure, dall’invidia, dalla pigrizia, dalla poca stima in noi stessi. Fidarsi di Gesù cambia la vita!

venerdì 7 dicembre 2012

AMBROGIO SIA VESCOVO!

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 
Gv 10, 11-16 

Ciò che Gesù ci dice in questo giorno di festa per la Chiesa di Milano riguarda un ambito forse un po’ lontano dalla nostra vita. Si parla di pecore, di pastori, di greggi. Attraverso questa metafora Gesù ci sta dicendo che ci fideremo di Lui soltanto nel momento in cui ci impegniamo a conoscerlo e ci lasciamo conoscere da Lui. Come fare? Come conoscere la voce buona del pastore che aiuta le pecore ad andare avanti? Come riconoscere invece la voce del mercenario (ovvero ciò che non fa bene alla nostra vita), al quale non importano le pecore? Dobbiamo faticare un po’ per stare con Gesù. Un pastore rimane tutto il giorno con le sue pecore e viceversa: le pecore quando non hanno più la loro guida, quando non vedono più il pastore e non sentono più la sua voce, si sentono perse. Anche noi possiamo vivere la stessa esperienza: da parte di Gesù c’è un grande desiderio di incontrarci e di stare con noi, soprattutto in quel tempo della giornata che decidiamo di dedicargli e ci mettiamo a pregare, cioè a parlare della nostra vita con Lui. Alla fine della prima/terza settimana di Avvento è importante fare un piccolo esame di coscienza: quanto mi sono fidato della voce buona di Gesù che vuole rendere migliore la mia vita?

giovedì 6 dicembre 2012

ROCK ON!

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande. 
Mt 7,21.24-27 

Su che cosa costruiamo la nostra vita? Le nostre giornate da cosa prendono inizio? Qual è la forza che ci convince ad alzarci dal letto al mattino? Quali sono i punti di riferimento che si possono considerare per aggrapparci nei momenti più difficili? Ci sono vicende della vita che ci mettono alla prova: fatiche, dolori, sfide, delusioni, fallimenti. Sono queste cose che dicono chi siamo? Oppure siamo di più dei nostri fallimenti, valiamo di più di queste nostre cadute? 
Gesù sa che ognuno di noi vale di più di ciò che nella vita è un fallimento, vale di più di un brutto voto a scuola o di quel senso da "fallito" che si prova quando le cose vanno male e, per farlo percepire anche noi, ci insegna un trucco: costruisci la tua casa, fonda la tua vita, su una roccia, non sulla sabbia. Scavare la roccia è più faticoso, a volte procura dolore, ferisce le mani di chi scava. Ma il risultato finale è innegabile: chi costruisce così non verrà abbattuto da niente, perché la sua felicità non potrà passare. La sua felicità è Gesù e le sue parole indicheranno la strada da percorrere, le scelte da fare, il modo in cui vivere. Questo vuol dire “mettere in pratica le sue parole” e non soltanto riempirsi la bocca di belle (e un po’ false) espressioni che sanno di cristianesimo. Facciamo tante cose per Gesù, lo chiamiamo tante volte, ci diciamo cristiani. Ma le sue parole sono quella roccia che fonda la nostra vita?

mercoledì 5 dicembre 2012

FAME DI VITA

Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele. Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: "Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada". E i discepoli gli dissero: "Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?". Ma Gesù domandò: "Quanti pani avete?". Risposero: "Sette, e pochi pesciolini". Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati. 
Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene. 



Mt 15, 29-37

Gesù non smette un secondo di prendersi cura della gente che va da Lui: prima li guarisce nei loro bisogni più urgenti (ridona parola ai muti, permette agli zoppi di ritornare a camminare, i paralizzati tornano a muoversi e i ciechi recuperano la vista); poi si preoccupa, prova compassione per un bisogno elementare, primario della vita di ciascuno di loro: la loro fame. Con poche cose, lo sappiamo, riesce a fare un grande miracolo. Sette pani e pochi pesci che si moltiplicano e sfamano tutti. Gesù è così: la sua presenza guarisce ogni malattia del corpo e dell’anima e sazia quella fame che ogni uomo e ogni donna, ogni ragazzo e ogni ragazza ha. Non parliamo solo di malattie e fame che riguardano il corpo, ma anche di quegli stati di “malattia” e di “fame” che riguardano la vita. Succede spesso di stare male senza un motivo medico o di sentire che qualcosa manca dentro, come una fame, come una felicità o una guarigione che non si riesce ad ottenere in nessun modo. Gesù si rende disponibile con le sue parole e con la sua presenza per stare con noi, per guarire ciò che non va e per sfamarci quando sentiamo fame, fame di vita vera!

martedì 4 dicembre 2012

NON BASTA...

In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono". 
Lc 10, 21-24 

Ci sono tantissime cose che l’uomo può conoscere e molte, nel corso della storia, le ha comprese, conosciute, scoperte grazie alla sua forza di volontà, al suo intelletto, all’uso sano della ragione. Se oggi viviamo con tante comodità è proprio grazie a ciò che l’uomo è riuscito a scoprire, conoscere e inventare. Ma Gesù, in questo brano di Vangelo, in cui ringrazia il Padre perché i semplici e gli umili hanno capito, mentre i dotti e i sapienti no, ci vuole dire che non basta la sapienza umana, non basta arrivare a capire e scoprire ogni mistero, a spiegare ogni fenomeno con le sole nostre forze. All’uomo, a tutti gli uomini, serve una gioia vera, una felicità che non passa mai, nonostante tutto. E questa felicità -ci dice Gesù- la si scopre e conquista soltanto se si conosce Dio. Ma come possiamo conoscere Dio, che non lo vediamo, non lo sentiamo, non lo possiamo incontrare? È una domanda lecita, che tutti noi, prima o poi ci siamo fatti. Ma per ogni domanda c’è una sua risposta. Per ogni problema c’è la sua soluzione. Se non vediamo il Sole nel cielo, capiamo che c’è brutto tempo. Ma non possiamo dire che il Sole non esiste, solo perché non lo vediamo risplendere. Dio non si manifesta come tante altre cose, non fa il rumore che fanno gli uomini, non parla come noi. Abbiamo bisogno di allenare gli occhi per saperlo riconoscere, le orecchie per saperlo ascoltare, il cuore per saperlo amare, dopo aver percepito che Lui per primo ci ama! Quante persone desiderano amare Dio e non ce la fanno!?

lunedì 3 dicembre 2012

IO VERRO’ E LO CURERO’

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: "Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente". Gesù gli rispose: "Io verrò e lo curerò". Ma il centurione riprese: "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fà questo, ed egli lo fa". All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: "In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli. 
Mt 8, 5-11 

Essere paralizzati. Soffrire terribilmente. Spesso nella vita ci sentiamo così: “paralizzati”, cioè senza la forza, il coraggio, di fare nulla. Pensiamo che non valga la pena, pensiamo che i problemi che abbiamo siano più grandi di noi. Spesso è proprio così e da soli non ce la facciamo. Quante volte lo hai pensato: “come faccio a farcela da solo?” ? Questo senso di paralisi, questo senso di solitudine ci fa soffrire, fa soffrire moltissimo e il desiderio più grande è quello che qualcuno arrivi e ci aiuti, ci ridoni la capacità di muoverci e di affrontare ogni sfida che la vita propone. Gesù vuole essere presente nella nostra vita e curare quelle paralisi e quelle sofferenze. Ma possiamo sentirci come il centurione: indegni di Gesù. Ci chiediamo cioè: “ma Gesù cosa c’entra con la mia vita? O meglio, cosa c’entro io con la sua vita?”. Questa domanda, che dobbiamo farci ogni giorno, non deve però diventare una scusa per la nostra fede e aumentare così la nostra paralisi. Solo una vita che si affida a Gesù, in maniera semplice, umile e coraggiosa, come quella del centurione, riesce ad ottenere la guarigione di cui ha bisogno. Gesù non può continuare ad essere solamente un personaggio storico famoso, che tutti conoscono: deve diventare il nostro migliore amico, quello che ascolteremmo per ore, che disturberemmo per ogni nostro minimo problema. Quello dal quale, in ogni momento e per ogni necessità, ci sentiremmo rispondere sempre: Io per te ci sono. Verrò e ti aiuterò!